La Storia di Michela: la difficoltà di sentirsi amata.

Gentili dottori,

Vorrei parlarvi della mia storia e ricevere gentilmente i vostri pareri.

Sono una ragazza di 30 anni. Vivo all’estero e ho avuto una storia un po’ particolare. Da sempre ho avuto un rapporto conflittuale con i miei genitori: con mio padre, alcolizzato e figura che incuteva sempre timore, tra urla, violenze su mia madre ecc, il rapporto si è interrotto quando avevo 14 anni, cioè poco dopo che i miei genitori si sono separati.

Con mia madre ho avuto una grande delusione, perché mentre dopo il divorzio, pensavo che finalmente saremmo state io, lei e mia sorella, tranquille e serene, lei ha intrapreso una serie di relazioni con uomini sbagliati (altri alcolizzati, irresponsabili, tossicodipendenti ecc) portandoli a vivere con noi e mettendoci in pericolo.

Il rapporto con lei è andato degenerando, tra rabbie e rancori, sensazione da parte mia di non essere amata..
Alternava periodi in cui si comportava da madre amorevole che si prendeva cura della casa e di noi, a periodi in cui era totalmente assente e dimostrava risentimento nei miei confronti, accusandomi di essere egoista, di non aiutarla ecc. In quei periodi spegneva il telefono, spariva, non cucinava e non puliva più la casa, lasciando me e mia sorella sole e preoccupate.

Quando avevo 23 anni, mentre aveva una relazione con uno dei famosi uomini sbagliati, mi ha cacciata di casa. Da lì io sono partita per l’estero, sentendo di non avere nulla da perdere, e ho viaggiato, di paese in paese, fino ad ora.

Ho sempre cambiato lavoro, amicizie, e relazioni d’amore. Le relazioni d’amore di solito duravano meno di un anno, a parte una che è durata 2 anni circa, con il ragazzo che mi ha aiutata molto quando mia mamma mi ha cacciata di casa.

In ogni ragazzo che ho frequentato, a cui mi interessavo solo dopo che lui mostrava un forte interesse per me, trovavo dopo i primi mesi difetti per me insopportabili, e nascevano in me rabbia e risentimento, che portavano a litigi sempre più frequenti ed intensi, che portavano inevitabilmente alla rottura. Non ho mai immaginato un futuro con nessuno di loro, e non ho mai avuto la sensazione di stare con la persona giusta, seppur fossero tutti ragazzi dolci, premurosi, disponibili ecc.

Dopo la rottura, di solito stavo male per qualche giorno, una settimana massimo, per poi sentirmi più forte e più libera. Di solito ero in luoghi stimolanti, o cambiavo posto dopo la rottura, per cui era facile superarla e non pensarci più.

Col passare degli anni ho scoperto tante cose di me stessa, ho fatto anche dei percorsi con psicoterapeuti che tutt’ora continuo per cercare di fare i conti col passato e accettare di più le mie debolezze che spesso mi mettono in conflitto con me stessa. Al momento sto con un ragazzo della mia età, con cui mi diverto molto ma che ancora non vedo come la persona giusta, e continuo a chiedere a me stessa se sono io a non accettarlo per com’è, o se davvero non è la persona giusta per me.

Lui è un bravo ragazzo, tranquillo, mi lascia la mia indipendenza, mi ascolta, è aperto al dialogo, è molto disponibile e presente. Ma io tendo, ancora una volta, a vederne solo i difetti e ad arrabbiarmi anche per le piccole cose. Mi da fastidio che scherzi a volte sulle cose per me serie, nel tentativo di sdrammatizzare; mi irrita che non capisca quanto sia stato difficile per me il passato, dicendo che tutti hanno problemi; che non capisca quanto è difficile per me vivere una relazione in modo tranquillo, senza ansie e paure, che invece continuano ad assillarmi; che non sia affettuoso e pieno di parole dolci come vorrei che fosse, per sentirmi amata e via dicendo.

Spesso fantastico sul lasciarlo, come una sorta di punizione per non essere come io vorrei che fosse, per non essere capace di venire incontro a tutti i miei bisogni. A volte mi immagino di conoscere un altro per avere la forza di lasciarlo, perché questa volta nel posto in cui mi trovo sono stabile, e non potrei andarmene e dimenticarmene come ho fatto con tutti gli altri.

Non riesco davvero a capire se a farmi nascere tutti questi pensieri negativi è la paura di soffrire, di lasciarmi andare, di amare e lasciarmi amare, o se semplicemente lui non fa per me e non sono ancora pronta per una relazione del genere. E, se così fosse, come trovare la forza di lasciarlo, se mi sento così sola e triste al pensiero di continuare la mia vita qui?

Leggo forum e siti internet in cerca di risposte, ma le domande continuano a rimanere sospese…

Ti ritrovi nella storia di Michela? Hai attraversato qualcosa di simile? Commenta o condividi la tua esperienza all’indirizzo levostrestorie@amaresano.com

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One comment

  • Dott. Luca Cometto

    Un passato doloroso quello di Michela, ed un presente caratterizzato da una serenità che pare sempre sfuggire.
    Una storia di delusioni, di inconciliabilità, di fughe, di partenze, di cambiamenti. Sempre in avanti, senza mai guardarsi indietro, verso un futuro deputato di volta in volta a bonificare un accaduto spiacevole. In vista di che cosa? Una nuova possibilità? “Lavoro, amicizie, relazioni d’amore” migliori? La stabilità?

    Come compagni di viaggio rabbia, delusione, risentimento, e l’antica “sensazione di non essere amata”, rinnovata in ogni nuovo incontro, seppur in forme diverse. Michela ci racconta di varie storie con vari ragazzi, ma aggiunge di non aver mai “immaginato un futuro con nessuno di loro”: e senza di loro? Come si vede? Un partner è ciò che da sollievo al proprio malessere, o invece qualcosa che, grazie alla sua diversità, è in grado di completare, arricchire, stimolare la propria vita, così da Star Bene (anche) In Due?

    Oggi c’è una nuova persona nel presente di Michela, descritta come divertente, tranquilla, aperta al dialogo, che le lascia spazio ed ascolta. Sappiamo però che alcune criticità ci sono anche qui: lui non è “pieno di parole dolci” come lei vorrebbe, e lei non si sente amata. Di più: non si sente compresa nel suo dolore: sente che lui (chiunque?) non può veramente capire cosa abbia vissuto… E’ questo che cerca Michela? Un Altro che possa finalmente comprendere la gravità del suo passato, la gravità di ciò che prova? Ritiene questo più importante del poter essere accettata e desiderata nonostante il suo passato, ed il suo carico di sofferenza, essere accettata e desiderata al di là del suo passato, ed del suo carico di sofferenza?

    Ora, che dire a Michela? Intanto sappiamo dalla sua lettera che questa volta l’istintiva reazione di fuga, per motivi contingenti, non potrà esplicarsi: le circostanze non le permetterebbero di lasciare il posto in cui si trova. Può essere questa un’occasione? Un’occasione per fermarsi, per imparare a sostare nella naturale incertezza che implica il riflettere su di sé e sui propri sentimenti, tentando di rientrarvi in contatto. Quale minaccia percepisce nel consolidarsi di ogni nuova relazione e, forse, di ogni nuovo contesto (geografico, lavorativo, amicale) che “rischia” di diventare “casa”? Se ci si affezionasse rischierebbe forse di avere, dopo tanto tempo, “qualcosa da perdere”?

    “Spesso fantastico sul lasciarlo, come una sorta di punizione per non essere come io vorrei che fosse, per non essere capace di venire incontro a tutti i miei bisogni.” Di quali bisogni ci parla Michela? Hanno a che fare con la soddisfazione e la realizzazione nella coppia, il bisogno per esempio di amare ed essere amati, o con una personalissima ed intima necessità di identità e sicurezza?

    Quali bisogni è stata abituata a vedere frustrati nella sua, più o meno remota, storia personale? Ed oggi, in questa frustrazione, quanta parte gioca il suo fidanzato, e quanta invece il tentativo di Michela di colmare un proprio vuoto interiore nell’altro?
    Parafrasando la celebre “Preghiera della serenità” possiamo dire che, nella coppia, tocca ad ognuno dei partner trovare la serenità di accettare i bisogni che non possono essere soddisfatti, il coraggio di vedere soddisfatti quelli che lo possono, e la saggezza per conoscerne la differenza… Così dovrà fare Michela, ed in questo compito sicuramente troverà il supporto del suo psicoterapeuta.

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