La Storia di Marika: Attaccamento (buddista) e Amore, si può crescere spiritualmente amando?

Mi chiamo Marika e sento arrivato il momento di raccontare la mia storia.

Da molti di anni ho dato come priorità nella mia vita la crescita spirituale e il servizio.

Tre anni fa, in un monastero buddista, ho conosciuto un ragazzo con cui é nata una profonda connessione. Tuttavia ero molto concentrata nello stare nel monastero per praticare la meditazione e mi veniva difficile dargli spazio. Però acconsentii ad aprirmi accettando di parlare con lui telefonicamente e l’idea di incontrarci.

Continuavo a ripetergli di non focalizzare il suo amore solo su di me, ma di estenderlo anche agli altri.

Inoltre, ciò che sentivo era che non vi era differenza tra l’amore che sentivo per lui e quello che sentivo per gli altri.

Ho sempre faticato nelle relazioni, una parte di me non si lasciava andare e si sentiva chiamata verso altro. Ma mi son sempre chiesta se fosse per un cattivo condizionamento o perché davvero la relazione non fa per me. Questo dubbio, e il sentire qualcosa per qualcuno,  mi spinge a provarci, nonostante non voglia una famiglia.
Decidemmo di vederci, ma dopo aver fissato l’appuntamento ebbi come una sorta di tensione, mi sentivo sotto pressione e come se lui si aspettasse qualcosa da me. Inoltre ero davvero coinvolta nella vita del monastero.

Nel comunicarlo a lui ci fu una reazione che generò una serie di reazioni a catena, sino a decidere di lasciare andare. Tuttavia, dopo qualche giorno e realizzando la mia paura, decisi di partire. Lo comunicai a lui. Ma preso dalle sue paure a sua volta, decise di non venire.
Cancellai tutto e archiviai la storia.
Ma la sua presenza dentro di me non svanì.

Passo un anno e casualmente ci rincontrammo nel monastero.

La connessione tra noi era sempre presente insieme anche ad attrazione.

Decisi questa volta di aprirmi totalmente e dargli spazio nella mia vita.

Ci incontrammo fuori dal monastero e stabilimmo una connessione e intimità più profonda.
Allo stesso tempo mi si presentò l’opportunità di fare un viaggio e, seppure tra un dubbio e l’altro, decisi di andare, anche perché in quel momento, per sue questioni di famiglia, non potevamo incontrarci. Mantenemmo però un contatto costante.

Durante quel periodo vissi cose profonde e importanti. Nel frattempo, mentre ero li, una cara amica morì.
Rientrata in anticipo dal viaggio ero totalmente scombussolata, in forte crisi. Mi sembrava che nulla avesse senso e che la sola cosa importante fosse il servizio agli altri. Ritornò quella sorta di vocazione e iniziai a pensare di farmi monaca.

Lui mi stette accanto. Ma il mio dolore era davvero intenso e, non riuscendo a ricevere come voleva, faticava a starmi accanto. Mi diceva che nella sofferenza diventavo egoista. Ma mi riusciva davvero difficile in un momento così delicato, di rispondere alle sue esigenze emotive.
Non riuscendo a riprendermi decisi di andare a fare la volontaria in un centro buddista. Un monaco una volta mi disse che “una strada per uscire dalla sofferenza quando ci siamo incastrati, è il servizio agli altri”.
Tuttavia scattarono delle dinamiche tra noi e le cose cominciarono a inclinarsi. Quando mi resi conto che una parte di me voleva sabotare la relazione, cercai di riprenderla in mano e ci incontrammo. Passammo un periodo davvero sereno e bello. Condividendo profondità e complicità.

Come già avevo programmato da tempo, tornai al monastero e una persona di cui mi prendevo cura morì. Di nuovo sentii un forte movimento interiore.

Uscita dal monastero lo andai a trovare, ma caddi in una profonda crisi.

Mi tornò il pensiero di farmi monaca, ma non capivo se era una difesa. Lui cercò di supportarmi, ma a fatica, anche perché si sentiva coinvolto. In più diventò molto critico sottolineando gli aspetti che in me non funzionavano. Questa cosa mi distrusse. Mi ripresi. Ma lui era esausto e continuava a ripetermi che per lui era stato difficile. Tuttavia passavamo tanti momenti intensi e profondi e con leggerezza. Però sentivo che era come se lui faticasse ad andare oltre ciò che avevamo vissuto, criticandomi e accusandomi diverse volte. Pur riconoscendo ciò che non funzionava in me e anche con la volontà di cambiare. Ci vuole tempo e pazienza e amore per sradicare dei condizionamenti profondi. Sentivo come se non riuscisse ad abbracciare il mio “lato oscuro”. Tutto questo mi generava frustrazione e dolore. Capivo la sua sofferenza e lo lasciai sfogare cercando di dargli amore e comprensione, ma in alcuni momenti ero esausta perché quel suo sfogarsi e marcare sempre i miei aspetti negativi, mi ha portato ad odiarmi. È difficile non prenderla personalmente o non identificarsi, già che di natura sono molto dura con me stessa.

Tuttavia c’era della connessione, anche se la separazione fisica, dovuta anche al fatto che lui sentiva bisogno di stare solo, non aiutava. E nelle telefonate emergeva la sua mancanza di pazienza. Questo ovviamente creava insicurezza che mi spingeva a cercare sempre più conferme.
Ci siamo organizzati per vederci ma il giorno prima si è tirato indietro per paura, dice di sentirsi confuso e perso.

Dall’ultima volta sento che c’è una chiusura.

Ora, pur comprendendo le dinamiche, mi do addosso pensando che io sono stata sbagliata, che creo solo dolore intorno a me, che forse inconsciamente ho cercato di sabotare le cose per paura di allontanarmi dal mio cammino o di perdere l’indipendenza. Ma ora mi sento solo confusa, non so più qual’è il mio cammino, sento un grande attaccamento che mi causa sofferenza, e il dolore di averlo perso.

Ho crisi emotive che mi riesce difficile contenere, in più vedo tutta la spazzatura che c’è in me e che la sua presenza mi ha tirato fuori creando  consapevolezza, ma non so come cambiarla o lavorarci su.

Mi sento orribile e ho paura di stare ovunque perché penso che genererei sofferenza.

Ed è ovvio, come può voler stare con me se in questo momento neanch’io starei con me stessa? Non so dove rifugiarmi…sto pensando di tornare al monastero, ma mi fa paura compiere qualsiasi mossa ora, con tutta questa insicurezza addosso.

Come posso andare oltre questa attitudine alla sofferenza che ho?  Come mai certe persone creano tanto attaccamento?

Sto cercando di stare in questo dolore, ma a volte è davvero forte e mi manca il supporto.
In più mi manca la sua presenza consapevole e ciò che condividevamo. Non posso perdonarmi di aver perso una persona cosi e con cui c’era questa condivisione profonda.
E so che una parte di me lo rivuole per lenire questo dolore…e che prima o poi devo affrontarlo. Ma ho paura mi mancano gli strumenti ora e di rimanere con la mente incastrata in questa persona che in un qualche modo ho messo su un piedistallo ritenendola migliore di me. Perché è ovvio che vedo in lui cose che a me mancano e che vorrei imparare.

Ci vuole tempo…spero di riuscire a trovare gli strumenti giusti, in me soprattutto. E a riprendere ad amarmi cosí come sono.

 

Se ti è piaciuto quello che hai letto, condividilo sui tuoi Social Network
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

One comment

  • Posso amare e restare un essere indipendente? Posso amare senza attaccarmi?
    Le domande che Marika ci offre sono profondamente legate alla sua storia di crescita personale e servizio in ottica buddista, certamente, ma toccano di certo temi connessi a tutte le storie di amore e a molti interrogativi adulti che ci facciamo quando amiamo.

    Entrare in connessione, in relazione con un altro non è mai facile, anche quando proviamo emozioni piacevoli, anche quando riteniamo di esserci innamorati. Seppure la persona ci emoziona, quando sentiamo di essere vicini all’altro essere umano, questo significa per noi un potenziale rischio. Una parte di noi potrebbe aver paura di essere ferita, di essere abbandonata, di non meritare quell’amore che sembra così bello. Sono molte le motivazioni che possono portare a non permettersi di amare. Per ognuna c’è una storia diversa. La storia di Marika ci racconta come avvicinarsi a qualcuno possa essere disorientante, possa mettere in discussione le proprie scelte, quante domande questo possa far nascere.

    In questa storia si incontrano concetti che arrivano da mondi diversi, psicologia e buddismo.

    Per cui come prima cosa è bene segnalare che quando si parla di attaccamento in ottica buddista, non siamo di fronte al concetto di attaccamento conosciuto in psicologia, dove questo concetto di riporta alle prime relazioni vissute con chi si è preso cura di noi e a seguire con chi amiamo.
    Il concetto di attaccamento in questo caso è ben diverso. Liberarsi dell’attaccamento, nell’ottica buddista, non significa non amare, come potrebbe sembrare ad alcuni, non significa rifuggire qualunque tipo di relazione. Cercherò, non abbiatemene, non sono una esperta di buddismo, di darvi un’idea di cosa si intenda solitamente. Se, in molti casi, il sentimento amoroso legato al concetto di guadagno, scambio, vantaggio questo è un legame carico di attaccamento, cioè si è pronti a chiedere qualcosa in cambio per amare o essere amato, un amore che si può definire condizionato dal bisogno. D’altro canto, un amore non patisce attaccamento, quando è pieno, sano se non si nutre di questo. Non si ricatta chi si ama. Se, invece, si rinuncia a pretendere da questo sentimento qualcosa che non sia la pienezza dell’amore stesso, allora l’amore si fa incondizionato. Quindi possiamo amare, connetterci con le persone senza per questo “attaccarci”.

    Non attaccamento vuol dire non aspettarsi nulla in cambio, mettersi al servizio degli altri, senza per questo ritenere di essere ricompensati ma certamente, non per questo mettendosi in possibili situazioni di pericolo o sofferenza. Ognuno di noi deve capire quale è il confine tra il suo star bene e il suo dolore, quanto può avvicinarsi, quanto deve fare attenzione. Ma questo non significa dover rinunciare a qualcosa che fa sentire vivi.

    Marika parla di paura e confusione. Il piano personale e affettivo, rispetto la sua relazione, si intrecciano. Certo, amando si sbaglia, ma le esperienze possono diventare fonte di apprendimento su di noi, se gli diamo la possibilità e, insieme, ascoltiamo sempre con attenzione i nostri segnali, le nostre emozioni, anche le nostre paure.

    Il buddismo ci racconta che siamo in continuo mutamento, la sofferenza che proviamo è legata al modo in cui, invece di danzare in armonia con questa continua trasformazione, noi restiamo attaccati alle cose, soffriamo per il cambiamento, che è naturale, soffriamo per quello che gira intorno a noi, condizioni esterne che non siamo noi.

    Marika parla di attaccamento in termini buddisti, quindi come pericolo di restare centrati egoisticamente sui propri bisogni, cercando di forzare l’altro ad essere come io lo voglio, non apprezzando quindi il suo essere persona, ma rendendolo oggetto. Questo rende il legame affettivo infelice, in qualche modo velenoso. Ogni amore sano ci insegna che chi amiamo non è la cura alle nostre mancanze. Non nasce per cullarci o viziarci, il risultato di un amore vissuto con attaccamento è gelosia, dolore, rabbia, rancore, infelicità.

    Non ho idea di cosa sceglierà Marika, ma sarà comunque una scelta. Mi auguro che sappia comprendersi, senza fuggire, restando dove sente fatica e notando cosa prova, profondamente, rispetto a questo contatto, a questo possibile amore. La sua è già una posizione molto attenta e capace di ascoltarsi, in questo già “allenata” dal suo percorso di vita, sebbene ora la “prova” sembrerebbe più ardua e stravolgente. E in fondo, la vita, fuori dalle cornici protettive che abbiamo costruito per interpretarci, per stare al sicuro, è sempre qualcosa che ci sgomenta e fa paura.
    E’ sempre necessario, quando ci si avvicina a qualcuno, agire in maniere costruttiva, con autocontrollo ma anche andando verso l’altro, per accettarlo e accettarci accettandolo.
    Il legame che ci mantiene liberi nelle responsabilità per le nostre azioni, liberandoci dall’idea che siano gli altri a renderci felici, quel legame è prezioso e ci aiuta a crescere. In questo tipo di incontro, non si fugge dalla realtà rifugiandosi in un amore, ma si potenzia la propria libertà di essere.
    Con fatica sono certa che Marika saprà come fiorire, come brillare nonostante questa paura, come vivere il suo desiderio senza per questo “attaccarsi” e attaccare il suo essere essenziale.

    Una immagine ricorrente della cultura buddista è quella dei fiori di loto, belli, delicati e capaci di crescere in situazioni complesse, dal fango, dalla confusione, nella bruttezza. Eppure sono bellissimi. Come certi amori che impariamo a nutrire anche con le nostre difficoltà oltre che con le nostre emozioni migliori. Sono questi gli amori che durano, capaci di equilibrio e di far crescere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *