Quando finisce un amore

Ci vogliono anni per distruggere l’amore di un uomo;

ma nessuna vita è lunga abbastanza per piangere questo assassinio,

che è più di un assassinio.

 Elias Canetti

Nessun amore finisce senza cicatrici. Anche quando si giunge alla triste conclusione in due, quando semplicemente la relazione si esaurisce, chiudere una relazione amorosa si rivela una esperienza sempre dolorosa, benché di un dolore diverso in ogni circostanza.

Chiaramente mille piccoli e grandi fattori cambiano il peso di questa rottura e la durata del successivo lutto. Intensità, premesse, emozioni coinvolte, miti costruiti intorno e dentro la coppia, aspettative con cui si è nutrito il rapporto. Ogni fine è diversa ma in ogni caso questa è equiparabile ad un lutto in ogni senso. La persona esce dal quotidiano, la perdiamo nel corpo e finisce lontana dalla nostra intimità.

Si vivono con la perdita di un amore, una serie di fasi che conducono la persona, con tempi e modalità variabili, a sperimentare emozioni e pensieri sempre diversi. Sebbene si tratta di una descrizione chiaramente riduttiva, si potrebbe però utilizzare, in termini esplicativi, la divisione di fasi fatta da Elizabeth Kubler-Ross ( che le aveva trattate negli anni 70 parlando appunto del lutto e della perdita in persone malate), si potrebbe parlare di una fase di Negazione (“No, non può essere finita!”) dove non si accetta che la relazione sia conclusa. La sofferenza viene nascosta dietro un semplice “Non è possibile” come se si fosse visto male non si crede che l’amore sia finito, che davvero non si sia più una coppia. Questo momento di difesa dalla realtà delle cose è seguito da una fase di profonda Rabbia insieme alla paura di quanto sta accadendo (“Dopo quello che ho fatto per lui/lei!”, “Proprio a me doveva succedere..non lo merito“). Sono le fasi più dolorose perché l’incredulità e la violenza dei sentimenti che le accompagna sono spesso struggenti e ogni giorno sembra di gran lungo più lungo, oscuro e terribile. Solitamente segue a questi momenti, la fase del “Se…”, del Patteggiamento, in cui si immaginano ipotesi diversi, e impossibili, in cui la storia potrebbe ancora riprendere. E’ il momento dei Se, che investono tutto e che si pensa di poter trasformare in un contratto nuovo con l’amato/a  ( “Se facessimo un bambino…”).  Con tempi diversi da persona a persona si arriva quindi a vivere a pieno, il male della fine. Si entra nella fase della Depressione, ci si sente profondamente tristi, la verità diventa impossibile da interpretare diversamente. La coppia non c’è più, il vuoto è palese e la sensazione di dolore diventa piena. Questa fase, terribile e triste, è pur fondamentale perché segna un primo cambiamento e porta al momento che potremmo definire conclusivo del lutto, quello dell’Accettazione. Si accetta che la storia sia finita, così come il bello che pure ha lasciato dietro di sé, si prende atto di quanto la relazione abbia offerto in termini di crescita, di doni, di momenti piacevoli e si lascia andare il pensiero doloroso dell’assenza dell’altro. La sensazione di abbandono, con suo carico di angoscia, prenderà ad allontanarsi, insieme con la protesta per il distacco, la vita riprenderà un suo ritmo sempre più “normale” fino a quando ci si troverà pronti per un nuovo inizio.

Per molti è insostenibile il dolore del lasciarsi. Non si riesce a vivere quel lutto necessario a dirci “Non siamo più Noi, sono tornato ad essere io”. Eppure, il nuovo benessere, la possibilità di ripartire e di incontrare una nuova storia, dipende proprio dal coraggio di concedersi alla sofferenza, alla capacità di stare nel dolore della perdita, unico modo per poter poi riprendere il proprio posto nel tempo e nel mondo e affrontare quello che viene dopo. L’importanza è seguire i propri tempi, avanzando verso un nuovo amore anche lentamente, a piccoli passi, ma costanti. Lasciando andare quanto ormai terminato per potersi poi prendere cura di quanto sarà.

 

Articolo della Dott.ssa Marzia Cikada

 

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